azioni performative, Spettacoli — 09/09/2025 at 14:03

Tomorrow is cancelled. Dentro il labirinto di We Should Have Never Walked on the Moon

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RUMOR(S)CENA – LONDRA – Non avevamo nessuna intenzione di assistere a uno spettacolo lo scorso venerdì sera. Camminavamo senza meta lungo il South Bank, quando abbiamo notato che qualcosa stava succedendo sulla terrazza del Southbank Center, il più grande complesso culturale di Londra, che ospita teatri, sale da concerto e spazi espositivi, affacciato sul Tamigi. Andiamo. Io e Rossana ci ritroviamo davanti a una visione che sembra uscita da un sogno deformato: una limousine nera, lunga, lucida, quasi funebre, recintata da grate che lasciano un corridoio per i passanti. Aggrappati e sdraiati sulla carrozzeria della macchina, dei performer la stanno infestando come un organismo parassita. Alcuni vestiti come guardiani anonimi, in tute neutre e occhiali scuri, altri truccati, manierati, ridondanti, come reduci da un festino felliniano. Uno di loro si specchia sulla carrozzeria, baciando la propria immagine riflessa: un Narciso urbano che non si tuffa nell’acqua, ma si specchia nel metallo di una reliquia decadente. Attorno, altri scrivono a terra con uno spray giallo: Tomorrow is cancelled. Ma la frase non fa in tempo a farsi simbolo: qualcuno passa con un lavasciuga industriale e la cancella, come se il futuro fosse solo sporcizia da lavare via, e ogni protesta assorbita e neutralizzata quasi in tempo reale. A lato, su un monitor gigante, un video mostra tensione urbana, dissenso, frammentazione sociale, corpi in movimento sospesi tra rabbia e senso di impotenza.

Proprio sotto la terrazza, lungo il fiume, una folla ballava. Un ballo di gruppo improvvisato, guidato da un animatore, con decine di persone che danzano in sincrono, ridendo, muovendosi insieme. Non ha alcun legame con il progetto, è una pura casualità. Eppure, per noi, quella coincidenza assume il valore di un segno. Sopra, la scritta cancellata che nega il futuro; sotto, la vitalità di corpi che si muovono insieme, inconsapevoli di essere contrappunto. Due spettacoli in parallelo, uno ufficiale, l’altro spontaneo, uno cupo, l’altro gioioso. Come se la performance avesse risucchiato dentro di sé la realtà esterna, piegandola a drammaturgia. D’altronde, non è questa la forza segreta della performance? Non rappresentare qualcosa, ma accadere, trasformare ciò che tocca. Altri passanti mi chiedono: “What’s that?”. Bene, controllo online: è parte di un progetto che ha trasformato tutto il complesso del Southbank Center in un labirinto di performance e installazioni. Titolo: We Should Have Never Walked on the Moon. Una collaborazione tra la compagnia londinese Rambert e il collettivo francese (LA)HORDE — Marine Brutti, Jonathan Debrouwer, Arthur Harel, oggi direttori del Ballet National de Marseille.

In quelle conversazioni con sconosciuti, più di uno mi mostra dei video su YouTube che gli ricordano la scena: la realtà immediatamente filtrata dal suo doppio digitale. Nel frattempo, Rossana, piantata alle transenne, sembra risucchiata dalla distopia. Decidiamo così di tornare il giorno dopo, per entrare davvero nel cuore della performance, e per premiare la genialità dell’espediente del corridoio: lo sguardo catturato il giorno prima, si trasforma in biglietto pagato il giorno dopo. Varcata la soglia del Southbank, tutto cambia. L’architettura nota del Royal Festival Hall e del Queen Elizabeth Hall si trasforma in un dedalo ostile e seducente insieme. In mano ho una mappa scoraggiante: simboli, piantine, titoli e orari. Promette 26 eventi in tre ore – che ci sembrano immediatamente poche per questa missione – distribuiti in atrii, corridoi, scale, sale, spazi esterni, alcuni in loop, altri a orari precisi.

Ci dicono che non c’è un ordine, nessuna linearità.  Gli ushers sorridono con lo stesso smarrimento dei visitatori. Non ci sono frecce e indicazioni negli spazi. Ogni scala porta a un altrove, ogni corridoio potrebbe nascondere un frammento di spettacolo o condurre a un vicolo cieco. Nel labirinto incontriamo un performer con tantissimi cellulari addosso, un rig che lo trasforma in insetto post-umano, lampi di schermi al posto di ali: dati che vagano, notifiche che ci possiedono, appendici dei nostri stessi cellulari. Grottesco e ipnotico, è la perfetta allegoria del nostro tempo: sempre connessi, ma irrimediabilmente confusi – o illusi di trovare il senso dentro un algoritmo dove ci specchiamo e riconosciamo.

Riusciamo a vedere: nell’atrio del Queen Elizabeth Hall, il duetto Low Rider si consuma su un telaio di macchina telecomandato da un uomo in scena. Uno scheletro metallico che sobbalza e s’inclina sotto due performer sgargianti e dotati di maschere (visi umani svuotati di espressione) impegnati in un amplesso ironico e osceno con la carcassa. Una danza a metà tra il comico e il disturbante, dove la macchina non è più simbolo di potere, ma partner sessuale, feticcio, giocattolo. Qui il corpo umano e il meccanico si confondono, in una satira feroce della nostra dipendenza dalle macchine: desideriamo ciò che ci svuota, amiamo ciò che ci disumanizza.

Alla Purcell Room vediamo un cortometraggio: Ghosts (2021), su musica di Rone e con una sceneggiatura firmata da Spike Jonze. Ambientato nel Palais Longchamp di Marsiglia, il film trasforma il museo vuoto in un teatro spettrale: figure diafane emergono dai corridoi deserti, si intrecciano, si abbracciano, si respingono, come presenze senza pace che cercano ancora il contatto. Poi appare un guardiano notturno. All’inizio sembra rompere quell’incanto, come se volesse ristabilire l’ordine nel silenzio dei fantasmi, ma quando uno di quei corpi gli viene scagliato addosso, il suo vibra, attraversato da un’onda che non riesce a decifrare. Non vede i fantasmi, eppure qualcosa lo scuote, gli risveglia i sensi. Esce all’aperto sorridendo, respirando l’aria come nuova, fresca, reale.

Sul palco del QEH, due corpi – Jau’mair Garland e Coke Lopez de LaMadrid – si sostengono in Us. Uno si piega, l’altro lo regge, poi si sdraiano uno accanto all’altro. È un duetto tenero, che trasforma la fragilità in architettura fisica. Ma subito, nello stesso spazio, la delicatezza viene rovesciata dalle geometrie di Lucinda Childs’ Concerto, minuziose e fredde, che sembrano perdere nitidezza in questo contesto dispersivo. Poi la calma cede all’uragano di Hop(e)storm: dodici corpi che si gettano l’uno contro l’altro, che si trascinano e si rialzano a ritmo di 170 bpm, fino a un’esplosione euforica che annulla ogni distinzione tra danza di coppia e battaglia tribale.

Negli stairwell del RFH, sette performer imitano avatar di videogiochi: movimenti scattosi, ripetitivi, meccanici. La carne diventa codice, l’umano software. Poco più su, dietro un plexiglass bagnato di pioggia, una coppia si avvinghia e si respinge in Liminal Space: sesso e violenza mescolati in un unico gesto, carezza che diventa strangolamento, abbraccio che diventa lotta.

La scelta del finale: Quando il tempo sembra esaurirsi, e non ce l’hai fatta a vedere tutto, arriva l’ultima prova: due finali, uno sul terrazzo, dove c’è la limousine, l’altro dentro, nella QEH. Devi scegliere. Decidiamo di restare dentro: è Room with a View. Una massa di danzatori batte i petti, alza i pugni, si urla addosso, si getta l’uno contro l’altro in un’energia orgiastica. L’aria si satura di calore. È una resurrezione collettiva, carnale, un’orgia vitale che ti fa desiderare di annullare i confini tra chi danza e chi assiste. E so che, dall’altra parte, qualcosa accade, ma non lo saprò mai. È la verità della vita resa gesto scenicoogni porta che apriamo è anche una porta che lasciamo chiusa per sempre.

Visto al Southbank Center di Londra il 5 e 6 settembre 2025

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