Recensioni — 07/01/2026 at 20:19

Gelo vuole essere “un’esperienza non da capire, ma da attraversare”

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RUMOR(S)CENA – POTENZA – Il Festival delle 100 scale di Potenza è “appuntamento di teatro letteratura, riflessione contemporanea, e arti performative nel paesaggio urbano” che somma proposte differenti per passioni, tecniche, poetiche, protagonisti messi insieme in successione che dilata il tempo nella città che fatica a dare spazio al teatro.

Ideato e diretto da Giuseppe Biscaglia e Francesco Scaringi che, tra gli spettacoli proposti, offrono saggiamente spazio anche a “studi” che lo dilatano poi nel tempo di un progetto a cui conviene dare attenzione. È il caso di “Gelo” che Dino Lopardo ha costruito e messo a punto con pazienza fiduciosa. Quasi un miracolo per economie risicate, precisione del percorso drammaturgico e risultato conseguito. “I viaggiatori devono prendere posto…”, si parte per un viaggio, il pubblico che aspetta fuori dalla porta del piccolo teatro si prepara, fa freddo. Potenza, H2Teatro, Dino Lopardo ha costruito qui il suo nuovo spettacolo, “Gelo”. Ne ha presentato uno “studio” per verificarne la forza e gli errori a cui porre rimedio. “Perché solo con il pubblico si può avere la misura di un progetto e la qualità di un errore” dice. Un mese e ne è andata in scena una seconda messa in scena, più definita, forse definitiva. O forse no invece, perché lo spettacolo si costruisce nelle repliche, distanti nel tempo e Gelo vuole essere “un’esperienza non da capire, ma da attraversare” dice l’autore e regista che calibra ansie e sposta i tempi e le azioni come per un concertato drammatico che fa leva sulle ansie dello spettatore.

crediti foto Paola Guglielmi

“Gelo” è spettacolo/tappa di un percorso che Lopardo realizza nella sua terra, in Basilicata, con pazienza e superando difficoltà e rimandi. Il pubblico ne segue i titoli in un percorso di drammaturgia di grande interesse. I suoi Trapaneterra, Ion e Affogo hanno avuto riconoscimenti ed applausi e sono stati pubblicati. Evocazioni e memoria più lontana, ché Lopardo costruisce lentamente questi suoi “meccanismi di teatro” e questa volta lo spettacolo è mano di ghiaccio che afferra alla gola, che disturba lo sguardo, che crea disagio in una fisicità compressa. Un appartamento è spazio da modificare per una moltiplicazione quasi prodigiosa che ne cancella pareti e dimensioni.

È un labirinto di pochi metri quadri in cui una cinquantina di spettatori per volta seguiranno il filo misterioso che Lopardo ha disposto con maniaca precisione. Si parte così per il viaggio, ognuno con la sua valigia malandata, una borsa con pochi indumenti, qualche oggetto di casa, memorie da lasciare per via, prima di salire sul vagone per il viaggio verso un chisaddove impreciso. È il preludio. Poi tutti insieme, attori e spettatori si stringeranno nello spazio angusto e visionario, turbati nel rumore ritmato del binario che scorre, sporcati dalla vicinanza forzata, dal sudore che spezza il freddo e forse e disagio o paura. Parole che dicono di ansia, di ricordi, di speranze, di sogni. Vicini i corpi cancellano i ruoli. Conviene lasciarsi prendere dal gioco e arrendersi al disagio, il silenzio si spezza al solo respirare turbato.

crediti foto Paola Guglielmi

Lo spazio non è solo scenografia, ma organismo pulsante. Le luci tagliano l’aria, i suoni graffiano il silenzio, la temperatura stessa della sala diventa linguaggio. Ogni elemento della messa in scena è calibrato per attivare un coinvolgimento fisico e psichico, quasi istintivo. Il pubblico si trova dentro lo spettacolo, non davanti” avverte Lopardo, meglio stare al gioco o andare via prima. Ma ormai non conviene lasciare perché questa di Lopardo è una partita rapida che non lascia il tempo ai ripensamenti e ti afferra. Per un momento di pensa ai racconti ascoltati nei tempi lontani. Ci si salva in teatro? Si va avanti tra mucchi di scarpe rovesciate da una carriola come bestemmie impudiche, con furore rabbioso. Poche parole disegnano l’azione ed il tempo.

Fossi stato in quegli anni mi sarei disperato, o forse avrei avuto paura. La mia presenza è rimorso. Ci si scambiano sguardi, scrutando nel buio, cercando una luce nel buio. Ecco che una parete cancella la sua concretezza e lascia spazio allo sguardo in un modo di gioco. Forse è solo un sogno, o la fantasia di spaventati anni lontani se un piccolo treno attraversa la campagna spolverata di neve senza mai fermarsi.

“Gelo” compie il suo viaggio e seduce, il progetto prevede repliche future dedicate ai ragazzi più grandi delle scuole dove a volte i maestri parlano loro di guerre lontane e presenti. C’è coraggio a mettere in cantiere un progetto che in doppio binario seduce e ripugna. Poi se ne potrà parlare, ripensando all’idea della guerra ed a quella del gelo che sempre l’accompagna, e studiare poi di un passato non troppo distante da non dimenticare. Anche per questo il teatro dà senso ai nostri giorni.

GELO

Drammaturgia, regia, scene e luci Dino Lopardo
Con: Marco Busciolano, Rosaria D’Andrea, Patrizia Dore, Iole Franco, Alfredo Giovanni Tortorelli, Francesco Tramutola STI – Spazio Teatro Instabile Potenza Produzione HDUEteatrO. Con il sostegno di Fondazione Chiesa Valdese nell’ambito del progetto Memorie 

Visto il 27 settembre 2025 al 17° Festival delle 100 scale e poi il 29 dicembre 2025 allo Spazio Teatro Instabile di Potenza

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