RUMOR(S)CENA – BOLOGNA – Nel fluire ininterrotto di una serata senza intervallo, la Sergio Bernal Dance Company rende omaggio a Ravel costruendo un percorso che è allo stesso tempo musicale e storico. Rapsodie Espagnole, Pavane pour une infante défunte, La Valse e Boléro diventano le tappe di una traversata nel cuore del Novecento: dalla sensualità luminosa degli anni della Belle Époque all’inquietudine di un mondo che, dopo la catastrofe della Grande Guerra, non crede più nella propria bellezza.
A dare coesione al racconto, due attori impersonano un paio di strilloni di inizio secolo, venditori di giornali che, con tono vivace e teatrale, annunciano la nascita dei brani e raccontano aneddoti sulla loro genesi. Sono figure ponte tra musica e storia, tra platea e palcoscenico. La loro presenza, a tratti un po’ eccessiva, aggiunge un colore narrativo che guida lo spettatore a provare ad entrare nel clima di un’epoca in fermento.

Rapsodie Espagnole apre la serata con una scrittura coreografica di Sergio Bernal che è pura architettura del ritmo. Il danzatore spagnolo, magnetico e controllato, trasforma il flamenco in linguaggio astratto, dove il battito dei piedi e il gesto del braccio si fanno linee di forza nello spazio. Niente di pittoresco, niente folklore, che lasciano invece il posto ad una costruzione geometrica, come se Ravel avesse trovato nel corpo di Bernal la simmetria coreutica alla propria musica. Il movimento si accende e, in un crescendo progressivo, crea una specie di incantamento che ricorda la trama stessa della partitura. Il dialogo con i rigorosi e limpidi pianisti Marcos Madrigal e Alessandro Stella crea un tessuto sonoro e fisico di grande coerenza: ogni passo è una nota, ogni silenzio un respiro trattenuto.

Con Pavane pour une infante défunte, la scena rallenta, il tempo si distende come in un sogno sospeso. La coreografia di Simone Repele e Sasha Riva è una piccola architettura di memorie, un incontro tra il gesto giovane e quello che ha già conosciuto la perfezione. Al centro, Luciana Savignano, magnetica, regale, austera e dolcissima insieme. La sua danza è un soffio che attraversa il tempo. L’eleganza e la precisione dei movimenti, la capacità di dare peso a ogni transizione, rendono il suo corpo un manuale vivente di classicità contemporanea. Attorno a lei, Repele e Riva si muovono come due satelliti, intrecciano una coreografia di sguardi e respiri, fatta di delicate asimmetrie e sospensioni, dove il passato e il presente si riflettono l’uno nell’altro, tra aperture minime e contatti fugaci. Questo trittico di corpi e memorie è un piccolo poema sul tempo che passa. La Pavane, qui, non è un lamento funebre ma un atto di gratitudine verso la bellezza, un addio senza dolore, filtrato da una compostezza quasi metafisica, un addio sussurrato, non una commemorazione ma una trasformazione.

Segue La Valse, firmata da Sofia Nappi e danzata da Paolo Piancastelli e Senne Reus (Compagnia KOMOCO). Ravel scrisse questo valzer dopo la guerra: non un valzer viennese, ma il valzer di un’epoca che muore danzando. Nappi lo traduce in un linguaggio fisico di straordinaria intensità, dove il girotondo della tradizione si spezza in frammenti. I due danzatori sono come trascinati da una forza centrifuga che li unisce e li separa: si avvicinano, si sfiorano, poi si respingono con impeti improvvisi, come particelle di un sistema che implode. I costumi, in tonalità spente, sembrano usciti da un sogno in dissolvenza. La musica cresce, e con essa il caos del movimento, e i corpi che cercano un centro che non c’è più. È una danza della fine e, al tempo stesso, della rinascita, la celebrazione malinconica di una civiltà che non smette di ballare, anche mentre si sgretola.

Infine Boléro, culmine e catarsi, nella storica coreografia di Rafael Aguilar ripresa da Bernal. Qui la ripetizione diventa trance, il corpo diventa ritmo. Questa costruzione raveliana a spirale che cresce con ossessione si materializza in un cerchio di danzatori che si accende lentamente, come un rito collettivo. Ogni passo, ogni battito, ogni sguardo concorre a generare un’onda crescente che si espande dalla periferia verso il centro, dove Bernal domina la scena con magnetismo solare. La sua presenza, sempre controllata e mai esibita, incarna la misura che resiste al delirio. Intorno a lui, i danzatori della compagnia (David Acero, Cristina Carnero, Cristina Cazorla, Alejandra De Castro, Ana Del Rey, Maria Fernandez, Francisco José Linares, David Lorden, Álvaro Madrid, Esmeralda Manzanas, Héctor Martínez, Ciro Ortín) formano una macchina vivente, un organismo pulsante di precisione ed energia.
E ancora una volta il palcoscenico si riempie con la presenza di Luciana Savignano nei panni di un’amica di Ravel: secondo la leggenda, sarebbe stata lei a convincerlo a scrivere il Boléro. E’ seduta su un lato del palco. Silenziosa ma carica di tragica eleganza, trasforma la scena in una memoria incarnata. In lei ogni gesto diventa arte che ispira altra arte, vita che genera danza.

La regia teatrale di Anna Maria Bruzzese orchestra il tutto con misura e chiarezza, intrecciando i diversi linguaggi senza mai soffocarli. Lo spettacolo nel suo insieme è un’ode alla musica di Ravel: elegante, accattivante, rigoroso. Le coreografie sono orchestrate con equilibrio ed esaltate in modo efficace con una gestione delle luci attenta e pittorica. I pianisti sostengono con intensità la danza senza sovrastarla ma dando al contempo rilievo alle partiture. Dalla prima all’ultima nota, la serata scorre come un unico respiro, un viaggio nel tempo della musica e nel corpo che la incarna. E quando il silenzio cala, resta la sensazione che Ravel, ancora una volta, abbia danzato con noi.
Visto al Comunale Noveau di Bologna il 30 ottobre 2025




