Recensioni — 05/02/2026 at 10:41

L’anatra selvatica: la verità come idiozia ideologica

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RUMOR(S)CENA – ROMA – L’anatra selvatica: uno spettacolo a fuoco lento, l’ultima fatica del fuoriclasse Thomas Ostermeier, andato in scena per solo due recite al Teatro Argentina di Roma ma che alla fine cuoce la preda, in un crescendo vorticoso. Usando una metafora, dato che stiamo parlando dell’Anitra selvatica (1884) di Henrik Ibsen, autore che peraltro è uno dei cavalli di battaglia del celebre regista tedesco (direttore artistico dal 1999 della Schaubühne di Berlino), che ne porta in scena, nel tempo, Casa di bambola (2002), Un nemico del popolo (2012) e Hedda Gabler (2013). L’anitra selvatica. Vivere, sopravvivere alla caccia, o morire? Un simbolo al contempo delle due anime ferite del dramma, Ekdal padre e la nipote, Hedvig, e allo stesso tempo anche del compromesso tra realtà verità e la menzogna vitale come compromesso per la sopravvivenza. Soprattutto simbolo di Hedvig, che andata per spararle, in nome della verità, spara in realtà a se stessa, vittima sacrificale di una fanatica idiozia ideologica, malata e ipocrita, messa in atto dall’amico di suo padre, Hjalmar Ekdal (quello che lei crede tale).

L’anatra selvatica Thomas Ostermeier crediti Schaubühne

Una fine più crudele la sua di quella di Laura, nello Zoo di vetro (1944) di Tennessee Williams, dove la controfigura della sua fragilità, l’unicorno di vetro che cade a terra, rompendosi, prefigura sì l’urto con la realtà, ma ferma il tutto ad una prigionia immobile. Brevemente illusa da un bacio di chi la spinge a vivere, e subito abbandonata (anitra ferita?) allo zoo materno, al compromesso senza finestre, come l’anitra nello sgabuzzino degli Ekdal.

Alla fine il regista cuoce la preda? Sì, nel senso che se la recitazione  (in tedesco, con traduzione in proiezione) procede all’inizio lenta, in una cornice scenografica apparentemente naturalistica, dove gli ambienti sono domestici e dimessi e – benché su struttura rotante – si alternano lenti, quasi statici, non così poi. Col progredire della vicenda (man mano che l’affondo drammatico si configura in crescendo) anche la recitazione si fa incalzante, a volte isterica stralunata, quasi a tratti comica, e di pari passo la rotazione si rende percepibile in crescente velocità rotatoria, fino al tragico turbinio finale (da notare che ad ogni rotazione corrisponde una impennata di musica a palla, che nel finale si fa terribile). Tutto perde equilibrio, fino alla morte di Hedvig, stesa morta sul divano come un urlo muto, in un muto susseguirsi di pose pietrificate dei testimoni impotenti e disperatamente innocentemente colpevoli, vittime e carnefici al contempo del collasso degli equilibri.

L’anatra selvatica Thomas Ostermeier crediti Schaubühne

L’anitra è arrivata a cottura, e il pasto cannibalico si è consumato: Ecce homo. E gli ambienti, i tre ambienti della vicenda, che simboleggiano l’incrocio di mondi che vanno tenuti separati, con la rotazione vengono a collidere tra loro, rendendo impossibile quel compromesso che lasciava una zona d’ombra adatta a sopravvivere, occultando la ferita. Tre ambienti: casa Werle (il ricco padre Gregers), la casa di Ekdal, dove vivono il figlio Hjalmar, la moglie, ed Hedvig, ed infine lo sgabuzzino dove Ekdal si finge cacciatore, e dove dimora l’anitra ferita e da loro curata, regalo di caccia di Werle.

Werle è il cacciatore, il ricco uomo di potere che, uscito indenne da uno scandalo economico di cui era il principale responsabile, lasciando che pagasse il suo socio minore Ekdal padre, ripara a modo suo. Mantiene Ekdal (anitra ferita nell’orgoglio) con finti lavoretti, dà in moglie a Hjalmar, ignaro, la sua serva già incinta, e paga l’affitto della casa. Tutto si regge sul non detto. Case separate. Verità separate. Ombre che camminano. Ma Hjalmar a sua volta è un mantenuto, fintamente fotografo (ma fanno tutto moglie e figlia). Spinto dal suo amico medico, si consola immaginandosi grande inventore. È un inetto, nervoso, sentimentale, che si nega la verità per vivere.

L’anatra selvatica Thomas Ostermeier crediti Schaubühne

Tutto ciò viene turbato da Gregers che, tornato dall’estero, rifiuta di farsi socio del padre, che vede come colpevole sia della caduta di Ekdal, sia di aver lasciato sola la madre, nella sua lunga malattia e nella morte, accudita solo da lui. È un giovane astratto ferito invasato che cerca la propria identità nella vendetta, immaginandosi tuttavia angelo redentore nel nome di una astratta verità. Tutti devono sapere tutto, accettare le contraddizioni, e costruire una nuova vita fondata sulla verità. Non solo però così facendo rischia di mandare in frantumi il matrimonio di Hjalmar, ma nel fuoco della lite genitoriale vengono dette cose che la figlia origlia. Per esempio la sua futura cecità. Ma anche il disprezzo momentaneo del padre a saperla bastarda. E non bastasse il carico che ci mette Ibsen, in questa versione si inventano in Hedvig ambizioni deluse di giornalismo politico, da cui segue una lite col fidanzato. Ma Gregers spinge, in un delirio di ostinazione, perché lei subito accetti tutte le sfide, e la incita anche ad uccidere l’anitra nello sgabuzzino. Da cui il collasso finale. Che dire? Dopo la bomba positiva delle verità in Casa di bambole, ora l’attacco alla verità.

Ma è la differenza tra il percorso di un’anima libera (Nora) ed il fanatismo dell’ideologia che in Gregers scavalca le persone e le loro ragioni, tra l’altro nascondendo nell’apparente purezza dell’idea, proprie personali frustrazioni. La tragicità dell’idiozia che asfalta l’umano, in totale sordità, metafora di tanti mali odierni, dagli assolutismi primo novecenteschi ai deliri complottistici che divorano i social. Qualcosa di simile del resto lo troviamo in Pirandello, per esempio nei Sei personaggi, dove il disvelamento porta alla morte in scena. In tutto questo, mirabili tutti gli attori. Ciascuno centrato perfettamente nel suo. Così Gregers, enfatico, e rigido nella postura. Così Hjalmar, continuamente in oscillazione patetica tra la gallina spennata e l’ameno millantatore. Comico isterico tragico nell’affrontare l’ondata di pressioni a ritmo serrato che lo vogliono stravolgere. Così lo vediamo (modernizzato), suonare in mutande una musica metal, minacciare di andarsene e subito tentennare, ma anche avere slanci teneri verso la figlia. Forse di tutti quello che più emerge. Ma brava anche Hedvig, nel suo perpetuo e crescente sgomento di spiritualmente senza patria. E bravi la moglie, nella sua rabbiosa sopportazione, ed Ekdal, nei suoi transiti da muto fantasma senza dove.

Ed alla fine icastico ancora Gregers quando nell’ultima rotazione – post mortem –  compare sgomento ed affranto, seduto a terra sotto la parete insanguinata dello sgabuzzino, che appare ora come un esterno alberato (la realtà esterna che ci uccide). E mentre tutto tace il pubblico esplode in ovazioni.

Visto al Teatro Argentina il 23 gennaio 2026

L’anitra selvatica, di Henrik Ibsen, spettacolo in tedesco con sottotitoli

Regia Thomas Ostermeier Con Thomas Bading (Werle), Marie Burchard (Gina Ekdal), Stephanie Eidt (La signora Sörby), Marcel Kohler (Gregers Werle), Magdalena Lermer (Hedvig), Falk Rockstroh (Ekdal), David Ruland (Relling), Stefan Stern (Hjalmar Ekdal).

scene Magda Willi – costumi Vanessa Sampaio Borgmann – musica Sylvain Jacques drammaturgia Maia Zade – luci Erich Schneider – foto Gianmarco Bresadola produzione Schaubuhne Berlin – in coproduzione Festival d’Avignone, Teatro di Roma- Teatro Nazionale – visto a Roma, Teatro Argentina, venerdì 23 gennaio 2026

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