RUMOR(S)CENA- ROMA- Saverio La Ruina ci mostra in Italianesi (crasi tra italiani e albanesi) nel suggestivo quanto essenziale scenario del Teatro Basilica di Roma l’altra faccia della terra dell’Aquila. Quella più scontata mostra l’enorme nave che rovesciò migliaia di albanesi a Bari nel punto più acuto della crisi. Disperati in cerca di un miglior futuro. Qui invece c’è il dramma di un numero ingente di italiani che alla conclusione della seconda guerra mondiale (invariabilmente persa dal nostro paese), terminata l’infelice quanto provvisoria occupazione, rimasero intrappolati in Albania, internati in campi di concentramento. Con famiglia spezzettate e precarie, costrette a piatire invano il ritorno in patria. Dunque 25.000 italianesi: un po’ italiani, un po’ albanesi. Un po’ tutto e un po’ niente. A cavallo tra due lingue, usi e costumi diversi. Il terribile regime comunista di Enver Hoxha era una sorta di unicum nel mondo, paragonabile oggi solo alla Corea de nord. Difatti non c’era appartenenza al Patto di Varsavia. Contava sul supporto esterno della Russia ma era molto lontano dalle aspirazioni terzomondiste della Jugoslavia.

Un Paese povero, forte solo di servizi segreti implacabili e dove diventava reato anche tradurre le canzoni di Lucio Battisti. In effetti questo è uno dei tanti racconti evidenziati nell’omonimo film Italianesi che è stato mostrato prima dello spettacolo in replica unica e cha costituito il materiale seminale su cui Saverio La Ruina ha innestato lo spettacolo. Ottanta minuti di essenzialità ei di stringente abilità affabulatoria mostrando che anche un monologo in una scenografia più che spoglia (una sedia che cambia posizione e che si può identificare con l’unico elemento scenico di movimento rappresentato) ha tante frecce al proprio arco se maneggiato con maestria dall’autore che, con la propria abilità, ci porta dentro al dramma. Fa il sarto il protagonista ed è sensibile al fascino sensibile di una misteriosa fanciulla che poi diventerò sua moglie.

Ma qui si parla di 40 anni di confino, di esistenze spezzate e separate dove anche il ritorno in patria (l’Italia) mostra un Paese cambiato e che non s’immaginavano. Gli italiani di ritorno costretti a vivere in Albania sono attaccati alle canzoni di Jimmy Fontana e Sandro Giacobbe e devono ammettere che quella nazione immaginaria sognata e agognata, è profondamente cambiata aumentato la sospensione tra due mondi e la perdita di una definitiva identità. Dunque uno scenario crudele ma realistico quando il meglio della vita è trascorso. Il viaggio immaginato da Saverio la Ruina si appoggia alle immagini del film precedente mostrando la trasformazione dell’Albania. Grattacieli a Tirana, residui dell’urbanistica fascista, campagne ancora poverissime e mal gestite dove anche la coltivazione del tabacco ha perso la propria specificità. Il viaggio di ritorno in Italia, quando il regime si è sgretolato e la statua di Hoxha è andata in mille pezzi con la rivolta popolare, dura addirittura 128 ore, passando per Trieste, Bologna, Roma, Civitavecchia, Olbia, approdando in un minuscolo comune della Sardegna. L’incontro con il padre è foriero di mille emozioni, non tutte positive
ITALIANESI, drammaturgia, regia e interpretazione Saverio La Ruina, musiche originali Roberto Cherillo, contributo alla drammaturgia Monica De Simone, disegno luci Dario De Luca, organizzazione e distribuzione Egidio Orrico, amministrazione Tiziana Covello, produzione Scena Verticale.
Visto al Teatro Basilica di Roma il 2 marzo2026.





