RUMOR(S)CENA – MODENA – Da L’Aia, sede storica della compagnia, il Nederlands Dans Theater continua a produrre un numero impressionante di nuove creazioni ogni stagione, contribuendo in modo concreto alla definizione del futuro della danza contemporanea. Costola più giovane del NDT, il Nederlands Dans Theater 2, con danzatori tra i diciassette e i ventidue anni, fondato nel 1978 da Jiří Kylián come compagnia di formazione, si è progressivamente affermato come ensemble autonomo con un proprio repertorio e una forte identità artistica. A Modena, NDT 2 ha presentato un programma articolato in tre coreografie, che mette in luce la straordinaria versatilità e la capacità di confrontarsi con linguaggi molto diversi della danza contemporanea. I diciotto interpreti hanno mostrato una maturità scenica che va ben oltre l’età anagrafica: magnetici, versatili, capaci di attraversare cifre stilistiche distanti senza perdere coerenza o presenza.

Folkå apre la serata concentrandosi sul corpo collettivo come struttura rituale. La coreografia costruisce un movimento di gruppo denso e stratificato, dove l’individuo non si annulla, ma si inserisce in un flusso comune continuamente rinegoziato. Marcos Morau evita ogni citazione folclorica diretta, lavorando per sovrapposizioni culturali e percettive; ne emerge un immaginario arcaico ricomposto, in cui il gesto conserva tracce di ritualità antiche filtrate da una sensibilità contemporanea. La partitura musicale è fondamentale: le nuove composizioni e il sound design di Juan Cristóbal Saavedra si intrecciano ai materiali vocali tradizionali bulgari del London Bulgarian Choir diretto da Dessislava Stefanova, dando vita a un tessuto sonoro che alterna densità corale e sospensioni rarefatte. Le voci, trattate più come materia fisica che come melodia, impongono ai danzatori una pulsazione che è emotiva e comunitaria più che ritmica.
I danzatori rispondono con precisione tecnica, pulizia delle linee e controllo del peso, mantenendo intensità anche in sequenze fortemente sincroniche, continuamente rimesse in discussione da una fisicità più greve e pulsante. I momenti più convincenti emergono quando brevi individualità si fanno spazio senza spezzare l’unità: assoli rapidi, accenti improvvisi, variazioni dinamiche arricchiscono la scrittura. Se la reiterazione di alcune strutture rischia a tratti uniformità espressiva, è la qualità interpretativa dell’ensemble a mantenerne viva la tensione attraverso microvariazioni di intensità, presenza e ascolto reciproco.

Con Wir Sagen Uns Dunkles il linguaggio cambia radicalmente. Marco Goecke impone un registro nervoso e frammentato, costruito su contrazioni, scatti, tremori e improvvisi slanci, dove il corpo appare attraversato da un’energia che non trova mai piena risoluzione. La scrittura privilegia il dettaglio, l’interruzione e la scossa, richiedendo ai danzatori estrema precisione nella gestione dell’energia e consapevolezza del tempo musicale e del silenzio. Il corpo si fa angolare, meno fluido, attraversato da tensioni continue che coinvolgono soprattutto mani, spalle e busto, fulcri della composizione. Gli interpreti sostengono con maturità una scrittura senza tregua, evitando l’effetto manieristico che talvolta questo vocabolario può generare. I passaggi più convincenti nascono da una necessità interna, più che da pura dimostrazione di controllo. La partitura, volutamente eterogenea, gioca un ruolo centrale nella drammaturgia: Schubert convive con Placebo e Alfred Schnittke, in un montaggio che accosta lirismo romantico, tensione rock e inquietudine novecentesca. Il Notturno di Schubert apre spazi di intimità, subito incrinati da incursioni sonore più abrasive, mentre Schnittke introduce un’instabilità temporale che si riflette nel movimento, amplificando precarietà e urgenza. Pur se l’impatto visivo è forte, soprattutto nelle densità gestuali, affiora a tratti un limite nella tenuta complessiva: nei passaggi di accumulo l’intensità costante rischia uniformità espressiva, attenuando le differenze individuali. Anche qui, tuttavia, è la solidità interpretativa a mantenere leggibile il disegno coreografico, restituendo con efficacia fragilità, ossessione e inquietudine.

Fit, di Alexander Ekman, presentato in prima italiana, chiude la serata con un registro apparentemente più leggero, sorretto però da estrema precisione formale. La coreografia esplora dinamiche di gruppo, regole implicite dell’appartenenza e l’adattamento continuo del singolo al sistema, interrogando in modo ironico e critico alcune ossessioni contemporanee: efficienza, performance e forma fisica come valori. La scrittura richiede ai danzatori un controllo accurato del ritmo, del dettaglio e dello spazio. La rapidità dei cambi di direzione, le variazioni di tempo e l’alternanza tra unisoni rigorosi e sfasature controllate impongono concentrazione e grande affidabilità tecnica, che l’NDT 2 dimostra con disinvoltura. I corpi passano con naturalezza da fisicità atletica a momenti di apparente disarmo, sostenendo anche le parti testuali e performative senza perdere coerenza. La musica è eclettica e riconoscibile: brani di Nicolas Jaar, il celebre Take Five di Dave Brubeck e tracce di Wildcookie creano un paesaggio sonoro che alterna groove e iconicità jazz. Take Five, in particolare, funziona come dispositivo temporale che gioca con le aspettative del pubblico, accentuando il rapporto tra prevedibilità e scarto, controllo e deviazione. I momenti migliori sono quelli in cui l’ironia emerge senza enfasi, lasciando che siano i corpi — con minimi slittamenti, resistenze o disallineamenti — a suggerire riflessioni sulle dinamiche sociali e sulla pressione del conformarsi. Alcuni passaggi risultano più illustrativi che incisivi, ma la freschezza degli interpreti e la capacità di modulare l’energia impediscono al lavoro di perdere efficacia. Fit funziona così come chiusura, capace di coinvolgere e alleggerire senza rinunciare a una lettura critica del fare danza oggi.

Nel complesso, le tre coreografie delineano un percorso che conferma l’identità dell’NDT 2: una compagnia giovane, ma già pienamente consapevole del proprio ruolo nel panorama internazionale della danza contemporanea. La varietà dei linguaggi affrontati non è un mero esercizio di stile, ma il risultato di un progetto formativo che mira a costruire danzatori protagonisti del cambiamento.
Visto il 28/1/2026 al Teatro Comunale di Modena





