Teatro, Teatrorecensione — 27/03/2014 at 11:41

Le luminarie di R & G: i colori dell’amore

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MESAGNE – Se ci limitassimo a dire che il R & G per la regia di Tonio De Nitto è soltanto “pop” non faremmo un buon servizio al teatro, al pubblico in delirio come raramente se ne vede, agli occhi che brillano, alle scintillanti intuizioni. Il tutto immerso nella semplicità di origami disegnati come luminarie da festa paesana del Sud, statiche e mutevoli grazie alle milleseicento piccole lucine che accendendosi a ripetizione, con cambi direzionali e policromatici, rendevano atmosfere senza tempo in un clima psichedelico, trasognante da processione, trance da Duomo.

Luminarie da Santo Patrono (costruite da una ditta di Maglie che, tra gli infiniti committenti, ha lavorato anche per il Bouffes du Nord) alle spalle dei sei in scena che snocciolano un “Romeo e Giulietta” (seconda prova shakespeariana dopo “Il sogno” e prima della “Bisbetica domata” di prossima realizzazione) che l’autore Francesco Niccolini ha riportato in versi per la gioia del racconto che diventa sciolto in rima baciata, adatta all’innamoramento dei due giovani, che diventa conquista letteraria, prova e sfida vinta, gioco e lazzo, incastro e rimando, ludibrio per le orecchie scanzonate.

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E quindi se il testo, a tratti, a volte, in molte versioni didascaliche risultante polveroso, riprende la sua forza espressiva e colorata e alta e frizzante, se le scene hanno quel quid che ci porta dentro l’odio ancestrale di certi paesi, astio che comunque si mescola ai segni della croce in una marmellata tra devozione alla Madonna e sangue versato sui gradini della chiesa, se l’immaginario è contemporaneo di clan e capetti di luoghi dimenticati da Dio, allora, allora sì che si può, con titolo e doverosamente, parlare di riscrittura felice e non di inutile riproposizione.

Se a questi due grossi elementi-cardine, aggiungiamo anche la semplice melliflua leggera e impercettibile trasfigurazione dei costumi, la bomba è pronta ed innescata per il gioco teatrale millenario etereo e concreto, visionario e gaudente, commovente e vero, falso e inverosimile così come vicino e terreno. Se tutti i personaggi (un pool compatto eterogeneo con eccellenze come Ippolito Chiarello, padre di Giulietta, o la balia spassosa Dario Cadei), facendo da contraltare alla grande luce emanata dal fondale semovente, con le loro scale di colori che vanno dal bianco e nero al marrone al grigio alla cenere, già morti, dead man walking, i due amanti veronesi (Romeo ha cuffie grosse sulla testa come il peggior Balotelli, oppure si esercita nello yoga; il lunghissimo bacio da Tempo delle Mele con il passaggio del walk man) subiscono, a poco a poco, una metamorfosi e una mutazione, sciogliendo, attraverso i vivi pigmenti, il loro personalissimo grigiore, colando dalle spalle e deformando l’infausto chiaroscuro neutro, senza cuore, dei loro abiti che li accomuna agli altri comprimari della tragedia. L’amore rende vivi e sorridenti e solari.

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I sette attori (non come quelli pirandelliani, questi un autore l’hanno trovato), liberi e ben diretti da De Nitto, hanno un rapporto diretto con la platea, dalle corse in sala (il biglietto da visita dato all’esterno del teatro da Chiarello con stampata la propria faccia e la didascalia “Vota Capuleti” è un lampo che allarga il sorriso e fidelizza ancor prima dell’inizio), ai panni stesi tra la balconata, agli occhi negli occhi: il loro è un racconto a qualcuno che non era presente, un passaggio di consegne perché la storia-mito dei due dolci ragazzi sconfitti dall’odio familiare e dai cognomi che portavano non vada persa ma vaghi ancora di bocca in bocca, monito e insegnamento.

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Ed a questi ingredienti mantecati come inno alla gioia, della vita e del teatro, del puzzle macerare il tutto in una colonna sonora burrosa che spazia da una tarantella alla Carrà (ormai come farne senza?) fino alla “Creep” dei Radiohead esplodendo con Antony and the Johnsons e straziandoci con “Il carrozzone” di Renato Zero. Viene in mente il “Mercuzio non vuole morire” di Armando Punzo, alcuni stralci delle prime prove di Roberta Torre, qualche lampo alla Emma Dante, nessun parallelo con il lavoro di Federico Tiezzi sullo stesso testo.

Romeo e Giulietta” di William Shakespeare. Adattamento e traduzione: Francesco Niccolini. Regia: Tonio De Nitto. Con: Lea Barletti, Dario Cadei, Ippolito Chiarello, Angela De Gaetano, Filippo Paolasini, Luca Pastore, Fabio Tinella. Scenografie: Roberta Dori Puddu. Realizzazione scene: L.C.D.C. Luminarie Cesario De Cagna. Costumi: Lapi Lou. Luci: Davide Arsenio. Coproduzione: Factory, Terramare Teatro, Teatri Abitati. Visto al Teatro Comunale di Mesagne, Brindisi, il 25 marzo 2014.

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