Teatro, Teatrorecensione — 25/11/2015 at 23:39

Il grido muto di Romeo Castellucci

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CAGLIARI – Nello stesso giorno in cui Romeo Castellucci è ospite d’onore della 44esima edizione del Festival d’Automne a Parigi con la sua performance dal titolo Le metope del Partenone,  è andato in scena al Teatro Massimo di Cagliari, il tanto contestato spettacolo Sul Concetto di volto nel figlio di dio, in cartellone della stagione teatrale diretta da Massimo Mancini. Considerato il regista più visionario del teatro contemporaneo italiano, genio indiscusso e acclamato dalla critica internazionale come il pittore della scena dai segni perturbanti, quello di cui tanto si discute e si celebra come il provocatore degli stili, crudi e diffamatori, con questo lavoro, Romeo Castellucci solennizza la sacralità della vita di ogni essere umano, prima di ogni altro concetto.  E’ un atto di amore il suo, alla vita e al suo rispetto come tale, la scelta di morire, inclusa.  La visione scenica di Castellucci è stilisticamente eclettica, talvolta concettuale e spesso rompe volontariamente con ogni strutturalismo di forma, senza circoscriversi in nessuna etichetta teatrale. E’ un pittore visionario della scena, aperto ai nuovi linguaggi contemporanei, rivolgendosi sempre all’individuo nelle sue paure e inquietudini profonde.

Eppure in questo spettacolo ritorna all’iperrealismo, alla Antoine, per intenderci, quello che specchia e scruta la realtà più spietata per spingerci a guardare ciò che vogliamo lasciare lontani dai nostri occhi. Il suo credo, come ogni padre regista dagli anni ’70 in poi, è rivendicare l’autonomia della scena, quella dell’immagine come evento, inserendosi delicatamente, tuttavia, in quel meccanismo di rottura, frammentazione, decostruzione di un linguaggio che supera il linguaggio stesso, privo di ogni “forma pura”, ai confini del possibile, di ogni colore, di ogni forma teatrale.  Con la realtà in primo piano, là davanti a noi, il contorno dello spettacolo si fa incontaminato, perfino il volto di Dio è umano, vuole farsi carne, vita, putrefazione, resurrezione, vuole uscire da quell’icona falsa del concetto e bruciare, bruciarsi, decomporsi dal suo interno come una molla dal diabolico ingranaggio che non ci lascia liberi di scegliere.

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Quell’azione quotidiana del figlio che lava il padre, ci lascia immobili davanti a quella sofferenza e a quell’amore incondizionato di un figlio che, impeccabilmente vestito e pettinato, eroe del nostro tempo con la cravatta, in ginocchio davanti al padre di spalle, lava il suo corpo senza sosta. E’ un’immagine che si congela di fronte a noi, e non può che restare sospesa lì, come un fermo immagine, lasciandoci nella contemplazione della sua tenera, iconica sofferenza. Si è di fronte all’incubo dei corpi anti-estetici, all’incubo dell’uomo e la sua relazione con il suo corpo e la vecchiaia.

La naturalezza dei due attori, Gianni Plazzi, Sergio Scarlatella, non hanno bisogno di stereotipate gesticolazioni per far riemergere le verità nascoste, infatti. Castellucci è libero, non ha paura di mostrarci il rapporto della carne con la sua organicità più intima. Al contrario, l’organicità del corpo è il suo sentire, incentrato sul principio della Socìetas di disalienare e decontestualizzare il fatto teatrale per lavorare sulla percezione, connesso all’immagine e alla sua necessità di farsi vita. La Socìetas ci costringe a calcare quel territorio, ad intrattenere un rapporto con la caducità del tempo, con l’autenticità della nostra pelle e dei suoi escrementi, quando non possiamo più controllare, senza volontà, la putrefazione della carne in decomposizione.

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Nel frattempo il volto di Dio è lì, proiezione moderna di una pietà filiare che cerca il suo volto nella sua via di salvezza.
Scrive Romeo Castellucci: “La performance sul concetto di volto nel Figlio di Dio è stata presentata prima a Essen e poi ad Anversa e ha rappresentato la prima parte di quello che è poi diventato un dittico insieme a Il velo nero del Pastore.
Questo è l’inizio. Voglio incontrare Gesù nella sua lunghissima assenza. Il volto di Gesù non c’è. Posso guardare i dipinti e le statue. Conosco più di mille pittori del passato che hanno speso metà del loro tempo a riprodurre l’ineffabile, quasi invisibile, smorfia di rammarico che affiorava Sulle sue labbra. E ora? Lui ora non c’è.

La drammaturgia visiva e sonora dopo la prima scena è sconvolgente: turba la nostra idea di bellezza, irrita il nostro olfatto, provoca tutti i nostri sensi.  Il teatro è un rito di passaggio, scriveva Artaud, è il luogo dove ci si decostruisce per ricomporsi e arrivare alla totalità dell’essere umano, per imparare ad essere liberi di “sentire”, interrogarci, riflettere, dubitare. L’eleganza minuziosa della regia di Castellucci è toccare e lasciare il riverbero di quella sonorità all’interno di ognuno di noi, ascoltarlo e rifarlo vivere nella società; la sua ricerca del sacro e profano nasce da quel volere teatrale di ricongiungersi al teatro delle fonti, della crudeltà nel suo viaggio dentro la memoria, del teatro che non è più rappresentazione ma è già vita, nell’invisibile visibile caro a Peter Brook, nel suo tanto cercare nell’oscurità dell’essere umano portandolo in superficie, senza vergogna. Spiazzante – per la ricerca di una sonorità sperimentale –, è anche la musica originale composta da Scott Gibbons.  Il regista si riappropria del quotidiano e rivendica proprio quello stesso naturalismo da cui sempre si è allontanato per restituircelo nella sua crudezza, rigettandolo dopo averlo inghiottito e masticato nella sua incapacità di reagire, pulito e potente come forse solo i manichini kantoriani sapevano fare.  L’immaginario di Castellucci è un grido muto come quello di Madre courage, un graffio dolce, sacro e consolatorio, un rito caldo e leggero che lo consacra a buon diritto tra i più grandi registi della scena contemporanea internazionale.

Visto a Cagliari il 21 Novembre 2015

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