Teatro, Teatrorecensione — 20/02/2013 00:09

748 quaderni dove la vita viene catalogata per raccontare quanto sia “Reality”. Prova eccelsa di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

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La morte in scena per affermare quanto sia immortale la sua vita. 748 quaderni compilati minuziosamente giorno dopo giorno, quasi ossessivamente, sono la prova di un’esistenza terrena all’insegna dello scrivere tutto quello che ha detto, fatto, visto, agito. La vita di una donna polacca in 748 capitoli A raccontare in teatro una vicenda così insolita e straniante, sono Daria Deflorian (Premio Ubu 2012)  e Antonio Tagliarini con il loro Reality, a riprova che la realtà a volte supera la fantasia e il teatro contemporaneo può e deve assumersi anche la responsabilità di spiegare e descrivere, come l’essere umano, sia difficile da sondare negli interstizi più reconditi della sua mente. La conversazione dei due performer è la giustificazione che necessita di una spiegazione plausibile per interrogare e interrogarsi sull’ultimo istante di vita prima del decesso di Janina Turek, avvenuta per strada e causata da un infarto. La prima parte è un tentativo dialettico e figurato per ricostruire l’atto finale della morte avvenuta improvvisamente, quasi fosse una ricostruzione a beneficio di un’indagine. Parla di una donna che scriveva cosa aveva mangiato, chi aveva visto e quante volte, amenità e faccende di vita quotidiana, di solito prive di interesse, a cui nessuno verrebbe mai in mente di scrivere.

748 diari puntigliosamente densi di annotazioni, numeri, citazioni che aleggiano nello sviluppo drammaturgico impostato come una dissertazione sociologica e forse a tratti anche psicoanalitica. Reality diventa vincente non nel tentativo di raccontare parola per parola, il contenuto dei diari, ma come pretesto per affrontare i moti dell’animo umano per nulla svelati, nonostante secoli di studi filosofici e scientifici. Non c’è nulla di scontato nel lavoro di Daria e Antonio, assolutamente efficaci. Il pregio maggiore è quello della totale assenza di retorica o intenti morali di quanto visto in azione sulla scena. Ci convincono fin dall’inizio, da quando si assiste alla rievocazione della morte, là dove a turno i due si prestano ad “interpretare” la donna che si accascia al suolo. Sequenze reiterate dell’azione con le relative spiegazioni dove l’uno fa la vittima e l’altro osserva e giudica la verosimiglianza o meno della postura del corpo morente. La realtà diventa finzione e la finzione cerca di assomigliare alla realtà.

Quella vera viene desunta dall’indagine giornalistica di Mariusz Szczygiel, realizzata  per raccontare la storia della donna che scriveva tutto della sua vita. Quante telefonate fatte (38406), gli spettacoli visti a teatro (110), 1912 appuntamenti, e i 23462 buongiorno esclamati. Tutto questo per cinquant’anni della sua vita, sempre con lo stesso inchiostro, stessa calligrafia. Una contabilità da ragioniere della sua esistenza che assomiglia più ad un inventario. Nessuno ne era a conoscenza e solo la morte sopraggiunta improvvisamente ha permesso di scoprire la sua maniacale abitudine di fissare tutto sulla carta. Quel tutto che i due efficaci interpreti affrontano con estrema leggerezza destrutturando la monumentale partitura consultata. Sono piccoli squarci dove far emergere citazioni biografiche realmente accadute di una potenza espressiva impressionante, nonostante la loro apparente banalità: la rottura del telecomando o il gesto rabbioso di scagliare contro la parete una tazzina di caffè mandata in frantumi, su cui Daria/Janina costruisce momenti di alta teatralità suggestiva. Non c’è spazio però alle emozioni, tutto è volutamente asettico, privo di ogni commozione, così come emerge dalla lettura dei quaderni. Il ritorno del marito  dal campo di prigionia di Auschwitz è catalogato come “visite non annunciate”. Eppure dopo un comprensibile accenno di sorriso umoristico si arriva a provare un senso di smarrimento estraniante, una specie di stupore, capace di entrare dentro le viscere di chi assiste alla rappresentazione/non rappresentazione, su quella specie di ring dove su un lato sono disposti oggetti e arredi di scena tali da sembrare un piccolo salotto borghese e modesto.

Come la vita di questa donna affetta da una forma strana e rara di compulsione a cui sarebbe interessante dare spiegazione sul versante psicologico. Daria e Antonio sono osservatori e indagatori, loro stessi si calano nella “parte” per restarne comunque fuori. Abili nell’indirizzare lo sguardo dello spettatore che viene catturato dentro quell’intrigata tela di ragno che corrisponde alla vita di ognuno di noi. La recitazione è volutamente antiespressiva e in questo la bravissima Deflorian, eccelle per dare vita ad un angosciante quanto indolore mondo interno, che la donna poteva possedere senza mai darne segno di esistenza. Reality parla di una vita alimentata dall’ovvio, dal banale che si trasforma in eccezionale, del rituale di gesti consumati all’infinito, come tante coazioni a ripetere, senza mai trovare pace nell’esistenza di un’anima in cerca di una sua vera e reale identità, occultata per cosi tanto tempo. Non è tutto reale quello che raccontano sulla scena, non corrispondente ma questo non importa.

Non è quello che si vuole ottenere. I piani drammaturgici si intersecano tra di loro, tra frammenti di episodi realmente accaduti e testimoniati, confutati, e citazioni più squisitamente storiche come l’ascesa del regime in Polonia con l’avvento del potere del generale Jaruzelski, inserzioni create appositamente come l’incontro tra la donna e il celebre drammaturgo polacco Kantor. Non importa se non sia accaduto realmente. Cosa sappiamo in fin dei conti della realtà? Ci importa veramente saperlo? Ci pensano loro stessi a renderla liquida, permeabile, ir-reale e allo stesso tempo reale, quanto basti per chiederci cosa sappiamo noi stessi della nostra vita. Sembra tutto ovattato e irrealistico, quando terminato lo spettacolo, una volta usciti, la neve caduta su Milano, la sera della rappresentazione vista al PimOff, sembrava dire che anche la realtà in cui viviamo noi ora potrebbe essere solo un’illusione della nostra fantasia. La stagione prosegue con il Teatro e la Danza di ricerca con il Premio Ubu 2011 nuovo testo straniero Lucido di Rafael Spregelburd, con Costanzo/Rustioni (in scena dal 9 all’11 marzo)

Visto al Teatro PimOff di Milano l’11 febbraio 2013