Premi Ubu, Teatro, Teatrorecensione — 10/02/2013 20:48

“L’origine del mondo”: ordinario declino di una donna comune

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È una donna che ha perso il centro, Daria. Una donna consumata dal suo stesso consumarsi alla ricerca di un senso. Suona familiare la sua storia. A raccontarla, questa vita accartocciata, questa vita da perennemente dislocata, questa vita da “sfollata della vita”, Daria Deflorian.
La trilogia  L’origine del mondo, ritratto di un interno scritta e diretta da Lucia Calamaro, vincitrice di ben tre premi Ubu 2012, tra cui il premio come miglior attrice a Daria Deflorian, giunge, finalmente ricomposta nella sua interezza, sul palcoscenico del teatro Rasi di Ravenna, ospite della rassegna Ravenna viso-in-aria.

Tre atti per spiare la vita di una donna comune, per scoprire cosa succede quando si perde lo sguardo d’insieme e si inciampa sui dettagli più minuti, quando ci si concentra morbosamente sulle pieghe del pensiero, scavando furiosamente nella materia di ciascuno di essi. Se il confine tra riflessione e ossessione si assottiglia, si precipita in una zona liminale pericolosa, una distesa di sabbie mobili più comunemente definita depressione.

Daria presta un’attenzione spasmodica a ogni moto dell’anima, a ogni idea balenata nella mente, a ogni luogo comune, a ogni modo di fare. Fissa con tanta insistenza ciascun elemento fino a ridurlo al niente, a cancellarlo, come in un effetto ottico in cui gli occhi puntati su un puntino nero a un certo punto lo rendono invisibile.  Pensiero, pensiero, pensiero. Ogni insensatezza diviene argomento di riflessione. Che razza di sentimento è quello della pietas per il mondo che svanisce in pochi istanti appena ci si allontana dall’oggetto della nostra bontà? Che ragione c’è di sdrammatizzare sempre e poi di essere seri quando si ride? Perché sempre le vie di mezzo? Perché si festeggiano tante Madonne, ma di Gesù ce n’è solamente uno? E secondo quale criterio le massaie stendono i panni ordinando il bucato in base ai colori?

“A salvarti dal mondo, dalla tua testa, ci sono le cose” le ripetono.  “Stare nella noia senza affogarsi si chiama vivere”, le rimprovera la madre nel tentativo di scuoterla. Una madre comune, sana, equilibrata che improvvisamente si lascia andare a un lungo monologo sul valore di uno strofinaccio. Come a dire che il seme della patologia è in tutti ma solo in chi non sa tenersi in equilibrio prende il sopravvento.

È necessario lasciare qualcosa in sottofondo, dunque, distribuire il proprio stato di coscienza su livelli diversi di consapevolezza. Non c’è altro modo per mantenersi a galla.

E invece è sempre una giornata no, quella di Daria: “ Mi sento spaiata, a pezzi”. E veramente ci si sente spaiati in quei momenti in cui si avverte d’improvviso la propria condizione di distacco dall’origine del mondo. La stessa Daria cita la teoria di Menocchio secondo cui in origine tutto era caos, aria, acqua, terra e fuoco insieme. Un volume che diventò massa da cui nacque poi l’uomo, proprio come nascono i vermi nel formaggio. Un tutt’uno sgretolato, un’unità completa mai più ricomponibile che pure ogni tanto si intravede come possibile.

“Nel dentro psichico ci assomigliamo tutti, ma allora Io, Io cosa?” si chiede la donna. Ci sentiamo davvero briciole sparse, staccati da un  pezzo di formaggio più grosso. Quello di Daria è il dramma di sentirsi soli nella propria unicità, incapaci di trovare codici comuni che consentano di dialogare con chi ci sta intorno eppure privati di una identità precisa e solo nostra. Come se fossimo parte di qualcosa, ma perennemente costretti a starle lontano.
“Non sono solo uno, ma uno come tanti” ripete Daria. E poi riflette sulla figlia, Federica, sempre accanto a lei, a ricordarle continuamente l’assurdo della sua condizione: “La persona che partorisci non è una te in miniatura, è una cosa nuova, diversa, estranea”.

“Ma tutto questo dolore perché? Per chi?”

“Niente mi fa bene di quello che credevo di volere”. Daria non trova alcuna forma di gratificazione né riesce ad alleviare il suo tormento. Non trova un luogo in cui collocarsi e non riuscendo a rimanere semplicemente dov’è barcolla continuamente da una posizione all’altra, da uno stato psichico all’altro.
A nulla servono le sedute psicanalitiche. Anche il rapporto con la dottoressa diviene insopportabile routine.
Le due donne non si ascoltano. Non comunicano e non trovano una porta d’accesso. La paziente si rinchiude nei suoi pensieri mentre l’analista tenta di cavarle risposte dalla bocca.

La donna non trova la chiave della sua guarigione perché la porta è già aperta. Il suo dolore nasce proprio dalla consapevolezza della sua condizione, dalla spietata lucidità che l’accompagna. Daria può vedere ciò che la circonda, riconosce i limiti che la trattengono dall’essere felice, o almeno non infelice: “Io vorrei imparare ad aderire al gregge, ad aderire all’arte della torta ben lievitata”. La felicità è nei piccoli momenti, nelle piccole conquiste, in una torta riuscita bene, ad esempio. Eccola, infatti, nell’ultimo atto, intenta a lavare piatti, lei che non è neanche in grado di caricare una lavatrice, tutta concentrata nelle faccende di casa, nel tentativo di assopire la propria mente.

Come si risolve tutta questa pensosità in termini scenici? Con la leggerezza. Con una comicità tenue che lascia a chi osserva lo spazio della riflessione. Né grottesco né patetico, il registro adottato dalla Calamaro impedisce allo spettatore di identificarsi nella figura di Daria, forzandolo, piuttosto, a immaginare se stesso in una situazione dello stesso tipo. E la scelta risulta vincente: non a caso gli unici momenti in cui lo spettacolo cede sono quelli eccessivamente verbosi e intellettualistici. Pochi, comunque, e immediatamente cancellati dalle scene più giocose, in cui a stabilire un rapporto concreto con ciò che si dice ci sono oggetti reali, quotidiani, come un frigorifero, una lavatrice o un lavello.

Bellissima Daria Deflorian. Pallida, magra e ben pettinata, domina la scena senza mai calcarla con prepotenza d’attrice, quasi misurando i passi e dosando la forza impressa. Come se le gambe cedessero sotto il carico della sua insicurezza e del suo dolore. Attaccata al braccio, più volte, una borsetta, che pare assumersi tutto il peso fisico dell’attrice, come una protesi, una stampella che non poggia sul pavimento. Daria la cerca furiosamente in un armadio, non può farne a meno, la stringe come fosse la sua coperta di Linus. E lo stesso tremulo incedere si avverte nelle parole, sfilacciate poche per volta, con cura, come se ciascuna fosse pensata molte e molte volte prima di venire finalmente pronunciata. La Deflorian ascolta le parole che dice, si osserva, sistema il tono in itinere, scandisce lo spazio della sua recitazione disegnandone le curve con le mani. Escluso senza dubbio il pathos, l’attrice non raggiunge neppure la schietta comicità: oscilla tra i registri piantandosi su un terreno in movimento, dosando con precisione scientifica i tempi. Lo humor irresistibile dell’interprete, nel dettaglio, scaturisce da una quasi timidezza nel pronunciare le battute, che ne rallenta la parlata, mescolata a un certo autocompiacimento. Una comicità elegante, insomma, mai volgarmente ridanciana, che si avvale di una dizione molto delicata, equilibrata, dalle consonanti alleggerite. Esilarante, la prima scena, durante la quale la Deflorian monologa di notte, in abito elegante coperto da una vestaglia, con il frigorifero stracolmo, alla ricerca di quell’unico alimento che desiderava, che, guarda caso, non c’è.

Tutt’altro segno interpretativo per l’agguerrita madre di Daria, Daniela Piperno. Sciorina furibonda, nel secondo atto, i suoi monologhi, scatenandosi avanti e indietro mentre si trascina dietro alti steli di spighe ornamentali che le allungano la figura ondeggiando sul suo capo. Una comicità più immediata, la sua, da animale da palcoscenico di lunga esperienza.
Tra le due, Federica Santoro, meritato premio Ubu 2012 ex aequo come miglior attrice non protagonista, nel doppio ruolo quasi complementare di figlia e psicanalista. Volto scavato, anche il suo: quello di una figlia imbrigliata nella condizione della madre, a metà tra il tentativo di tirarla fuori dal suo baratro e il caderci lei stessa dentro. Una bambina, nel primo atto, che si rifugia nel suo vocabolario, alla ricerca di un significato preciso e univoco delle parole complicate che ascolta in casa. Una donna, verso la fine, che torna di tanto in tanto a casa a far visita alla madre. Sempre con i capelli scompigliati, sempre in disordine. Anche quando con una semplice chiusura delle palpebre, complice un trucco nero che le disegna enormi occhi neri, buchi profondi quasi da fumetto, si trasforma nella dottoressa che ha in cura Daria. La Santoro si destreggia perfettamente tra i due personaggi, con poche mosse d’attrice. Imposta la voce spingendo sul suono nasale e pulito quando è nei panni dell’analista e indietreggia nei toni per rendere l’insicurezza di Federica.

Visto al Teatro Rasi di Ravenna il 2 febbraio 2013

In tournée al Teatro Franco Parenti di Milano dal 13 al 28 febbraio 2013

 

Biglietteria – Teatro Franco Parenti
via Pier Lombardo, 14
 02 59995206       
biglietteria@teatrofrancoparenti.it
Lunedi dalle 15 alle 19 dal Martedì al Venerdi dalle 10 alle

14,30  e dalle 16 alle 19.30

Sabato  dalle 11 alle 14,30 e dalle 16 alle 19,30

Domenica dalle 11 alle 15

 

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